Siracusa vive una settimana che pesa come un macigno, di quelle che non si misurano solo in punti ma in prospettiva. Da un lato l’attesa per la decisione del TFN di giovedì, dall’altro l’urgenza del campionato: domenica alle 12.30 al “De Simone” arriva la Casertana, appuntamento che dovrebbe essere “solo” calcio, curva, sudore e novanta minuti. E invece no. Perché oggi, in casa azzurra, la partita più difficile continua a giocarsi fuori dal rettangolo verde.

Il paradosso è tutto qui: mentre staff e squadra provano a tenere la barra dritta, la società resta un rebus. E un club non può programmare il domani se il presente è appeso a un verdetto e se il quadro dirigenziale, economico e strategico rimane opaco. Si respira un’aria di sospensione, come se l’intero ambiente fosse costretto a muoversi “in attesa di capire”, e questa è la condizione peggiore per chi deve costruire: non perché manchino le energie, ma perché manca una traiettoria condivisa.

Il futuro, in particolare, appare nebuloso attorno al club riconducibile ad Alessandro Ricci: non tanto per la legittima riservatezza che spesso accompagna le fasi delicate, quanto per l’assenza di segnali chiari e leggibili. Il tifoso, che può accettare una sconfitta e persino un’annata storta, fatica invece a digerire l’incertezza strutturale: “dove stiamo andando?” è la domanda che rimbalza tra spalti e città più della classifica.

E intanto incombe il TFN. Perché un pronunciamento federale non è mai un dettaglio: può diventare uno spartiacque, un freno o una spinta, un punto di ripartenza o una zavorra. Anche psicologica. Non solo per la squadra, che inevitabilmente avverte la tensione di una vicenda esterna, ma per tutto l’ecosistema: sponsor, creditori, potenziali investitori, rapporti istituzionali. In un calcio dove la solidità è ormai parte integrante del “risultato”, il Siracusa non può permettersi di vivere alla giornata.

Eppure domenica arriva la Casertana, e il “De Simone” chiederà risposte. Non solo alla squadra, ma al club intero. Perché il pubblico siracusano, quando sente appartenenza, sa essere un moltiplicatore: trascina, protegge, spinge. Ma quando percepisce improvvisazione o silenzi che si accumulano, diventa inevitabilmente più esigente. Non per capriccio: per istinto di conservazione, per memoria di ciò che il Siracusa rappresenta e per paura di rivedere già vissuti dolorosi.

Servirebbe, ora più che mai, un atto di chiarezza. Una linea comunicativa netta, anche scomoda se necessario: quali sono gli obiettivi reali? Quali le condizioni economiche? Quale governance? Quale progetto tecnico, non solo fino a maggio ma oltre? Nel calcio moderno il “non possiamo dire” è spesso comprensibile, ma il “non si capisce” è un lusso che le piazze non perdonano.

La settimana del Siracusa è questa: attendere giovedì e giocare domenica, sperare nel verdetto e preparare una partita che vale doppio, perché misura anche la capacità di restare uniti dentro la confusione. Ma se il campo può dare ossigeno, solo la società può dare futuro. E oggi, quel futuro, è ancora avvolto nella nebbia: una nebbia che non si dissiperà con un gol, ma con scelte, garanzie e responsabilità. Se il Siracusa vuole davvero tornare ad essere una certezza, deve prima smettere di essere un’incognita.


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