Sport al femminile, parla Antonella Bellutti: "Al Sud è più difficile anche se tante campionesse arrivano da lì"

L'ex olimpionica per la tutela del movimento "in gonnella" che sta acquisendo popolarità

Sport al femminile, spesso discriminato ma altamente competitivo. Se ne parla sempre troppo poco ma oggi lo sport in… gonnella sta acquisendo una valenza che fino a pochi anni fa non era affatto tale. Anzi. E oggi che specie nel calcio le lady azzurre sono riuscite a guadagnare una vetrina importante con i loro successi (tanto che adesso il calcio femminile sarà considerato professionistico, almeno in A a partire dal prossimo mese di luglio) le attenzioni stanno cambiando. 

Merito anche di chi come Assist ne tutela da anni l'immagine e i diritti con l'incessante lavoro dell'ex olimpionica Antonella Bellutti. Noi le abbiamo chiesto un parere su alcuni aspetti, legati soprattutto alla diffusione di questa disciplina al Meridione e dunque pure nel nostro territorio, viste le difficoltà legate soprattutto all'impiantistica e dunque alla formazione in se stessa.

Come nasce questo progetto della scuola di formazione di Assist?

enorme risorsa che rappresentano atlete e atleti, allenatrici e allenatori, tecniche e tecnici, tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori dello sport, che desiderino mettere a disposizione il loro talento e la loro passione anche in campo dirigenziale. LEA vuole essere un percorso di studi teorico ma anche estremamente pragmatico, per rendere il mondo “della base” protagonista, non più solo quando vince o è funzionale a un risultato, ma nel costruire e agire un nuovo modo di gestire la governance sportiva; un'opportunità di arricchimento e conoscenza realizzata con docenti interpreti dei valori costituzionali e di uno Sport inclusivo, lontano da gigantismo e profitto come unico credo. che desiderino mettere a disposizione il loro talento e la loro passione anche in campo dirigenziale. LEA vuole essere un percorso di studi teorico ma anche estremamente pragmatico, per rendere il mondo “della base” protagonista, non più solo quando vince o è funzionale a un risultato, ma nel costruire e agire un nuovo modo di gestire la governance sportiva; un'opportunità di arricchimento e conoscenza realizzata con docenti interpreti dei valori costituzionali e di uno Sport inclusivo, lontano da gigantismo e profitto come unico credo. che desiderino mettere a disposizione il loro talento e la loro passione anche in campo dirigenziale. LEA vuole essere un percorso di studi teorico ma anche estremamente pragmatico, per rendere il mondo “della base” protagonista, non più solo quando vince o è funzionale a un risultato, ma nel costruire e agire un nuovo modo di gestire la governance sportiva; un'opportunità di arricchimento e conoscenza realizzata con docenti interpreti dei valori costituzionali e di uno Sport inclusivo, lontano da gigantismo e profitto come unico credo.

C'è ancora una sostanziale differenza tra sport al maschile o al femminile o oggi questa differenza si assottigliata grazie anche ad una campagna mediatica importante con il calcio femminile?

Il Barone de Coubertin, quando ha pensato alla rinascita dei Giochi non si rivolgeva di certo alle donne: “lo sport femminile è la cosa più antiestetica che gli occhi umani possano contemplare”, diceva.  Se oggi le donne possono praticare sport agonistico non lo devono a lui ma alla signora Alice Milliat, anche lei francese ma, al contrario del barone, sconosciuta ai più. Lo sport moderno nasce in Inghilterra durante la rivoluzione industriale e il suo modello di gestione è intriso dei valori di cui la società capitalistica è portatrice: il patriarcato in particolare e la divisione di ruoli, funzioni e compiti specifici tra uomini e donne. L’uomo si occupa della produzione e la donna della riproduzione. Vi è dunque una forte consapevolezza e un unanime consenso sul fatto che lo sport propaghi e rafforzi gli orientamenti che definiscono culturalmente e praticamente ciò che è appropriato e naturale per un maschio e per una femmina. Ecco perché l’atleta maschio deve rappresentare simbolicamente muscolarità, forza, aggressività, performance e l’atleta femmina (se proprio deve fare sport) dovrebbe rappresentare grazia, gentilezza, delicatezza, possibilmente secondo canoni estetici cari al mondo maschile delle forme più che della forma atletica. Valori patriarcali e paternalistici di una società capitalistica che non penalizza solo le femmine ma anche i maschi che non si conformano al suo modello.  Oggi il gender gap è l'unica gara che lo sport femminile debba ancora vincere. Meno di un terzo dei tesserati italiani è donna; le donne nello sport agonistico non possono essere professioniste ovvero non possono avere i diritti che qualsiasi lavoratore normalmente ha, per quanto precario sia (niente previdenza, niente TFR, niente maternità, ecc.). Le donne non sono rappresentate a livello dirigenziale (solo dall'anno scorso grazie alle quote imposte dal CIO) c'è stato un aumento quantitativo ma non accompagnato da una coscienza antidiscriminatoria di genere. Lo sport femminile piace, appassiona, coinvolge, lo si vorrebbe vedere ma non è possibile; il calcio femminile  ora ha una suo spazio  e una sua struttura dignitosa solo perché è lo sport che maggiormente e più facilmente permette uno scandaloso confronto con l'equivalente maschile: va meglio ma -anche a livello mediatico oltre che salariale- siamo sempre ragionando sulle briciole.

E' difficile ancora oggi fare attività di un certo tipo soprattutto al Meridione, dove in fatto di impiantistica si è più carenti e dunque anche in fatto di formazione al femminile?

La situazione è grave sul tutto il territorio. Da troppi anni si confondono l’educazione motoria con l’agonismo, la pratica sportiva con l’iper-specializzazione precoce, i gruppi sportivi militari con la soluzione alle precarietà del falso dilettantismo, il medagliere con lo stato di benessere del movimento sportivo: occorre uscire da questo equivoco. Nella scuola primaria mancano le ore di educazione motoria che ci permettano di essere almeno in media coi Paesi europei e mancano pure gli insegnanti qualificati per farla fare: certo mancano anche gli impianti ma un buon insegnante e una buona cultura del movimento sopperiscono anche alle carenze strutturali. Lo sport scolastico manca completamente e per fare attività ci si deve necessariamente iscrivere a una società agonistica affiliata a una federazione (con costi e restrizioni di attività multidisciplinare). Se fai agonismo e sei di buon livello non potrai mai essere un lavoratore dello sport e quindi godere di tutele che permettano di affrontare con serenità la carriera e soprattutto il post carriera. In tutto questo, per le discriminazioni di cui alla risposta precedente, essere donna è un'aggravante. Forse essere donna del sud ancora di più. Sebbene la prima donna presidente di federazione nazionale sia calabrese, sebbene in Sicilia ci siano società storiche e siano nate atlete che hanno fatto grande lo sport italiano. Certo anche nel cemento crescono fiori...

Si ringrazia Ufficio stampa Antonella Bellutti (Assistente)


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