Ci sono vittorie che riempiono la bacheca e sconfitte che, invece, pesano molto di più perché si consumano lontano dal campo. È questo, oggi, il punto centrale della vicenda che ha coinvolto Pallamano Aretusa e Albatro. Perché se da una parte i risultati sportivi premiano senza discussioni l’Albatro — protagonista di una stagione eccellente tra Serie B, settore giovanile e Serie A con la conquista della Coppa Italia — dall’altra resta aperta una questione ben più delicata: il modo in cui si affrontano i propri errori.

Di fronte a fatti descritti come documentati da video, immagini e testimonianze, la replica dell’Albatro non è sembrata orientata verso la presa di coscienza o verso un’assunzione di responsabilità. Al contrario, si è scelta la strada della minimizzazione, etichettando tutto come una “goliardata di ragazzini”, quasi che schiamazzi e provocazioni sotto le abitazioni private di dirigenti e tesserati possano essere derubricati a semplici eccessi di entusiasmo. Non è così. E non dovrebbe esserlo, soprattutto per una società sportiva che ha anche una funzione educativa.

Il punto non è negare la gioia di una vittoria, né contestare il diritto di festeggiare un successo importante. Il punto è capire dove finisca la festa e dove cominci la mancanza di rispetto. Andare sotto casa di dirigenti e tesserati della squadra avversaria non è folklore sportivo, non è sana rivalità, non è passione. È un gesto sbagliato. E richiede una sola risposta: scusa.

Invece si è preferito l’armamentario difensivo più comodo: sminuire, ironizzare, controaccusare. È un copione purtroppo diffusissimo, non solo nello sport. Oggi sembra diventato quasi impossibile riconoscere l’errore, persino quando i fatti sono lì, visibili. Si pensa che chiedere scusa equivalga a perdere, quando in realtà accade l’esatto contrario: chi si assume le proprie responsabilità dimostra forza, maturità, credibilità. Ed è proprio qui che l’Albatro, al netto dei suoi meriti sportivi indiscutibili, ha perso fuori dal campo. Ha perso come società, come gruppo dirigente, come comunità educante. Lo sport insegna il rispetto, il limite, il senso della misura. O almeno dovrebbe. E allora la vera differenza non la fa solo chi alza un trofeo, ma chi sa dare l’esempio quando sarebbe più facile voltarsi dall’altra parte. 


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